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domenica 13 ottobre 2024

La maschera di Innsmouth (The Shadow Over Innsmouth) 1936

Un giovane di nome Robert Olmstead si reca a Innsmouth, una cittadina costiera nel New England, attratto da storie su stranezze del luogo e dalla sua architettura decadente. Arrivato lì, si accorge che la città è in uno stato di degrado avanzato e i suoi abitanti hanno un aspetto fisico inquietante: occhi sporgenti, pelle squamosa e movimenti innaturali. Questi individui sembrano ostili e evitano qualsiasi contatto con i forestieri.

Attraverso varie conversazioni, soprattutto con un vecchio ubriaco del luogo di nome Zadok Allen, Olmstead scopre che gli abitanti di Innsmouth sono legati a una sinistra razza di creature anfibie chiamate "Profondi" o "Abitatori del Profondo", con cui i cittadini avevano stretto un patto. Gli abitanti del villaggio si accoppiavano con queste creature marine, generando discendenti ibridi. Questi ibridi mantengono inizialmente una forma umana, ma con il tempo subiscono una trasformazione completa, assumendo l'aspetto delle creature marine e vivendo per sempre nei mari.

Olmstead cerca di fuggire dalla città dopo aver scoperto la verità, ma viene catturato dagli abitanti. Riesce miracolosamente a scappare e tornare a casa, ma l'orrore non finisce qui. Più tardi, scopre di avere egli stesso legami con Innsmouth: anche lui è discendente degli ibridi. Il racconto termina con il protagonista che abbraccia il suo destino, accettando la futura trasformazione e progettando di unirsi ai suoi antenati nelle profondità marine.

giovedì 28 giugno 2018

Dagon (luglio1917)

Il protagonista scrive di getto alcuni appunti sul suo stato mentale (ha finito tra l'altro la propria morfina, «la sola [cosa] che renda la [sua] vita sopportabile», e i mezzi di sostentamento), ricordando un'avventura occorsagli all'inizio della prima guerra mondiale. 

Fatto prigioniero da una nave tedesca nell'Oceano Pacifico, dopo soli cinque giorni riesce a fuggire, portando con sé pochi viveri su di una scialuppa; vaga alla deriva nel mare finché un pomeriggio, dopo essersi addormentato, si risveglia arenato su una sorta di isola dal terreno fangoso, grigio, ricoperto di pesci morti ed in putrefazione. 

L'uomo ipotizza che la causa della comparsa della terra, che non aveva mai notato in precedenza all'orizzonte, sia l'eruzione di un vulcano sottomarino; rimane qualche tempo presso la propria imbarcazione, quindi si decide a lasciarla per esplorare il territorio circostante.

Dopo giorni di cammino arriva ad un crepaccio, al cui interno si trova acqua oceanica nella quale si specchia la Luna; sul versante opposto al suo si trova un enorme monolito decorato con bassorilievi a tema subacqueo. Mentre è teso in osservazione del monumento, la sua attenzione viene catturata da un gigantesco vortice marino dal quale, con sommo orrore dell'uomo, fuoriescono due arti titanici, seguiti da un altrettanto ciclopico corpo squamoso e viscido, ad abbracciare la pietra del monolito.

A questo punto, ridendo come un folle, e correndo ed urlando, il protagonista scappa a tutta velocità risalendo il pendio verso la propria barca, presso la quale presumibilmente sviene, dato che si risveglia in una stanza d'ospedale a San Francisco.

La narrazione prosegue tornando al tempo presente, e la conclusione si avvicina, quando l'uomo sta appuntando questo scritto sul proprio diario; alla fine sente, o crede di sentire, il grattare di un'enorme mano, probabilmente la mano di Dagon stesso, viscida, alla porta, e le ultime parole lasciate sulla carta sono queste: "Egli non mi troverà. Dio, quella mano! La finestra, la finestra!"


domenica 6 maggio 2012

I gatti di Ulthar (15-06-1920)


L’Egitto è depositario di racconti che risalgono alle città dimenticate di Meroe e Ophir, dei segreti dell’Africa oscura e misteriosa.

Ad Ulthar, città oltre il fiume Skai vivevano un vecchio contadino e sua moglie che si divertivano ad intrappolare ed uccidere i gatti che osavano entrare nella loro proprietà. La loro casa sorgeva all’ombra dei rami di vecchie querce che sbucavano dal retro di un cortile dimenticato da tempo.
Gli abitanti pur sospettando della coppia non aveva prove certe per accusarli e nessuno osava rivolgere loro la parola.  Sta di fatto che ogni volta che un gattino si dirigesse verso la capanna sotto le querce nere, dopo il tramonto si sentivano certi lamenti, e dell’animale non se ne sapeva più nulla.

Un giorno giunse in città una carovana di nomadi diversi da tutti gli altri che erano passati di li. Essi, in cambio di pezzi d’argenti, leggevano il futuro e compravano perline colorate nelle botteghe. I loro carri erano decorati con effigi misteriose col corpo umano e teste di gatti, falchi, arieti e leoni, ed il loro capo indossava un copricapo con due corni e un curioso disco in mezzo. 

Tra i nomadi faceva parte un ragazzo di nome Menes, senza genitori, molto malato il cui unico conforto era un piccolo gattino nero. Quando una notte l’animale sparì, il ragazzo cominciò a piangere e i cittadini gli raccontarono dell’inquietante coppia. Allora questi rivolgendosi al cielo cominciò ad intonare una misteriosa preghiera. Le nuvole assunsero strane forme: figure esotiche fatte d’ombra di creature ibride sormontate da corni con un disco in mezzo.

La stesa notte la carovana ripartì. Mentre la gente scoprì con sorpresa che tutti i gatti della città erano spariti. Qualcuno affermava di averli visti dirigersi verso la capanna dei due anziati (Atal figlio del locandiere), altri come il vecchio Kranon affermava che erano stati i nomadi a rubarli. 

L’indomani tutti i gatti fecero ritorno alla proprie abitazioni. Avevano un aspetto magnifico e sembravano ingrassati, tanto da rifiutare il cibo che gli veniva offerto.

Passata una settimana, i cittadini di Ulthar si accorsero che dalla vecchia capanna non filtrava luce, e il magro Nith osservò che nessuno aveva più visto i due vecchi. Anche se con riluttanza fu organizzata una spedizione capitanata dal borgomastro assieme al fabbro Shang e il tagliapietre Thul. Dopo aver abbattuto la porticina trovarono due scheletri perfettamente ripuliti accanto al camino e per terra una gran numero di grossi scarafaggi. 

Tra i notabili ci furono numerose discussioni. Zath il medico parlò a lungo con il primo notaio Nith e gli altri, e alla fine approvarono la famosa legge di cui raccontano i mercanti di Hatheg e su cui discutoni i viaggiatori a Nir: che a Ulthar nessuno può uccidere un gatto.



Lovecraft aveva una grande passione per i gatti. Ne ebbe uno che si chiamava Nigger-Man.